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La frase “Mussolini ha fatto anche cose buone”

La frase “Mussolini ha fatto anche cose buone”

continua a riemergere nel dibattito pubblico italiano, spesso come tentativo di relativizzare la gravità del regime fascista. Eppure, quando si analizzano i fatti storici, molte di queste…

presunte conquiste risultano parziali, gonfiate o addirittura completamente travisate rispetto alla realtà. Comprendere come nasce e si diffonde questa narrazione è fondamentale per difendersi da revisionismi e semplificazioni pericolose.

Le bonifiche: un’opera solo fascista?

Uno degli argomenti più citati tra le “cose buone” è quello delle bonifiche integrali, in particolare la bonifica dell’Agro Pontino. In realtà, gli interventi sulle aree paludose italiane iniziano già a fine Ottocento e proseguono nei primi decenni del Novecento, ben prima dell’avvento del fascismo. Il regime fascista approva nel 1928 la legge sulla bonifica integrale, trasformando questi lavori in una grande operazione di propaganda e appropriandosi simbolicamente anche di progetti che erano stati avviati da governi precedenti e portati avanti anche dopo il 1945.

Le immagini di Mussolini che inaugura campi, canali e città di fondazione fanno parte di una precisa strategia comunicativa: costruire la figura del “Duce costruttore” e associare ogni modernizzazione del Paese al fascismo, anche quando le radici di quelle opere sono altrove.

La tredicesima: da bonus selettivo a diritto universale

Un altro mito molto diffuso riguarda la tredicesima mensilità, spesso presentata come un regalo del fascismo a tutti i lavoratori italiani. In realtà, la cosiddetta “gratifica natalizia” nasce negli anni Trenta come trattamento economico riconosciuto solo agli impiegati dell’industria tramite contratti collettivi, non come diritto generalizzato per l’intera platea di lavoratori.

La tredicesima, così come la conosciamo oggi, diventa un istituto diffuso solo nel dopoguerra: viene estesa gradualmente a tutti i lavoratori dipendenti grazie a normative successive e alla contrattazione in un contesto democratico. Attribuirne il merito pieno al fascismo significa ignorare sia i limiti di quella misura originaria sia il ruolo decisivo del periodo repubblicano nel consolidare diritti salariali e tutele sociali.

Il mito del “fascismo non razzista”

Una delle narrazioni più pericolose è quella secondo cui il fascismo non sarebbe stato razzista, o lo sarebbe diventato solo “per colpa” dell’alleanza con la Germania nazista. Questa tesi viene smentita dai fatti: nel 1938 il regime promulga le leggi razziali, che introducono una discriminazione sistematica contro gli ebrei e altre minoranze.

Le norme razziali escludono gli ebrei dalle scuole, dall’università, dagli impieghi pubblici, da molte professioni, limitano la proprietà di beni e la partecipazione alla vita civile. Hanno quindi un impatto concreto e devastante sulla vita di migliaia di persone, e rappresentano la formalizzazione di un razzismo di Stato che si inserisce in un contesto già segnato da violenze coloniali e retorica suprematista.

Colonialismo, armi chimiche e violenza sistemica

Il regime fascista si caratterizza anche per una politica coloniale profondamente violenta, spesso rimossa nella memoria collettiva. Durante la guerra d’Etiopia, l’esercito italiano utilizza armi chimiche, come gas tossici, contro la popolazione e i combattenti locali, in aperta violazione delle convenzioni internazionali.

A questo si aggiungono campi di concentramento, deportazioni, massacri e un sistema di repressione durissimo nei confronti delle popolazioni colonizzate. Parlare di “cose buone” senza considerare questo contesto significa isolare alcuni interventi materiali dal quadro complessivo, che è quello di un regime basato su guerra, violenza, repressione interna e esterna.

Welfare e assistenza: strumenti di consenso e controllo

Anche sul versante del welfare, il fascismo tende più a centralizzare e usare a proprio vantaggio strutture già esistenti che a inventare da zero un sistema di protezione sociale moderno e universale. Molti istituti assistenziali e previdenziali hanno radici precedenti, e sotto il regime vengono inquadrati in un sistema che lega l’accesso ai benefici alla fedeltà politica e all’iscrizione al partito.

L’assistenza sociale diventa così uno strumento di consenso e controllo, più che un diritto esigibile da tutti i cittadini. Questo modello, profondamente gerarchico e condizionato, è difficilmente confrontabile con i sistemi di welfare costruiti in democrazia, basati su diritti sociali garantiti e non subordinati all’adesione a un regime.

Perché la retorica delle “cose buone” è pericolosa

La persistenza del discorso sulle presunte “cose buone” fatte da Mussolini non è un semplice dettaglio di memoria storica: è uno strumento retorico usato per rendere più accettabile, o almeno meno condannabile, un regime dittatoriale. Isolare qualche intervento infrastrutturale o amministrativo dal contesto di violenza, repressione, razzismo e guerra significa raccontare solo una parte della storia, quella più funzionale a una narrazione di revisionismo morbido.

Un approccio rigoroso alla storia non nega che durante il ventennio siano state realizzate opere materiali, ma le inserisce nel quadro complessivo: quello di uno Stato totalitario che limita le libertà, elimina gli avversari, pratica il razzismo e trascina il paese in una guerra devastante. È su questo quadro, e non su singole opere strumentalizzate, che va giudicato il fascismo.

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